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biografia

Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura…era l’incipit di un fumetto del Corriere dei Piccoli. L’autore era Sergio Tofano, “Sto” firmava le tavole con le peripezie di “Bonaventura, eroe gentile…”. Angelo è un “eroe gentile”, anche se alla fine di ogni peripezia nessuno gli diede mai l’assegno da Un Milione, che il Signor Bonaventura riceveva immancabilmente nell’ultima tavola del fumetto. Le avventure di Angelo, però, non sono meno entusiasmanti. Anzi.

angelo cozzi fotografoAngelo durante il servizio militare in Marina

Accendo il registratore e inizio con la prima striscia, quella della sua vita. Anche Angelo vestiva alla marinara. Lo testimonia un’inequivocabile immagine degli anni cinquanta. Doverosamente ritoccata e flou lo ritrae in bianca divisa da marinaio. Non è per la Prima Comunione, come d’abitudine ai tempi. Sul bordo del cappello leggiamo Marina Militare. Servire in armi la Patria era ancora obbligatorio: rito di passaggio all’età adulta. Per lui fu continuare nel lavoro, che era anche passione, di fotografo. Questa, però, avrebbe detto il suo amato Kipling, è un’altra storia. Allora facciamo un passo indietro. Lo si fa in ogni storia che si rispetti e come fa Angelo nel raccontare la sua vita. E’ un incessante spostarsi avanti e indietro nel tempo. Un flusso continuo di episodi brevi e di storie lunghe che irrompono come spingendosi attraverso il collo stretto di un imbuto. Tanto Angelo è meticoloso nel lavoro e nella vita, tanto è caotico nel raccontare. Procede per libere associazioni. E, se queste lo fanno scivolare nel tempo: peggio per le associazioni. “ …non guardo mai la mia carta d’identità, l’età è quella che mi sento…” risponde quando cerco di mettere un po’ ordine nella cascata che mi sommerge e confonde. Riesco a sapere che è nato nel 1934. Ciò, devo confessare, ha poca importanza. Angelo vive nel presente con progetti per il futuro. E’ di quelle persone che riescono sempre ad avere più progetti che ricordi. “… mio padre commerciava in droghe e… – fa una pausa guardandomi sornione -…e coloniali. Droghe e coloniali, era l’insegna che al tempo indicava la drogheria, il pizzicagnolo. Aveva magazzino all’ingrosso e riforniva i negozi di Milano. Eravamo quattro fratelli: nessuno ha proseguito l’attività….”. Da ragazzino Angelo era affascinato dall’elettricità. La usava per fare scherzi. Si divertiva a cambiare polarità agli interruttori di casa e stupire e confondere i parenti con luci che si accedevano da sole o non si accendevano affatto, quando avrebbero dovuto farlo. Dopo le medie, il padre sognava per lui l’Istituto per Ragionieri. Nell’azienda di famiglia ci sarebbe stato bene un “ragiunatt”. Vennero a un compromesso: Istituto Tecnico Feltrinelli, dove insegnavano anche elettricità ed elettronica. Era quella l’innovazione dei tempi, come oggi è l’informatica. Grande successo riscuoteva la Scuola Radio Elettra di Torino. Forniva diplomi per corrispondenza e circuiti da assemblare. “…Al Feltrinelli mi diedero un approssimativo cubo di ferro: dovevo limarlo, fino ad avere le otto facce perfettamente pian-parallele. Era l’esercizio detto aggiustaggio. Dopo un anno, buttai il cubo dalla finestra …”. Davanti al Feltrinelli c’era un’altra scuola: il Galileo Galilei. Proprio allora iniziava un corso sperimentale di fotografia. “M’iscrissi, senza nemmeno sapere cosa fosse la fotografia. Orario pieno: in tram non facevo in tempo a tornare a casa per pranzo. Di motorini nemmeno si parlava. Davanti alla scuola arrivava, a mezzogiorno, un ambulante che vendeva castagnaccio e farinata. Mi nutrivo con gran fette di castagnaccio, passeggiando nei dintorni in attesa delle lezioni del pomeriggio. angelo cozzi fotografo

Lo staff di Epoca che seguì il viaggio in Terrasanta di Paolo VI, da sinistra:Sergio Del Grande, Walter Mori, Angelo Cozzi, Giorgio Lotti, Mario De Biasi

Era il quartiere di Porta Ticinese, dove aveva sede l’agenzia Farabola. Nelle vetrine esponeva le foto di cronaca. Mi fermavo sempre a guardarle. Non dovevi limare un cubo di ferro per diventare fotografo. Un giorno presi coraggio ed entrai. C’era Tullio Farabola, figlio del proprietario. Dissi che volevo lavorare nella sua agenzia. Mi piaceva l’idea di stare accanto a nomi già famosi nel campo del reportage: Del Grande, Pascuttini.…vieni domenica - mi disse Farabola - e ti faccio riprendere le partite di calcio. La domenica ero in agenzia, emozionato per il lavoro da vero fotografo che mi aspettava. Mi consegnarono una Bectar, fotocamera a telemetro, a lastre 9x12, costruita a Milano da Bettoni & Rigamonti. Era quanto di meglio ci fosse, almeno da noi….”. Il ragazzino Cozzi fa, orgogliosamente, ingresso in campo tra fotografi veri, per riprendere una vera partita. Uno sballo, si direbbe oggi. Una delusione, per lui, che non aveva ancora esperienza delle durezze della professione. “ …Farabola mi diede una lastra, dico una e mi piazzò dietro una porta, raccomandandomi di scattare la foto se avessero segnato. Capii, dopo, che quella era la porta sbagliata; in quella non avrebbero fatto gol…”. Non so come Freud avrebbe battezzato la sindrome, ma da allora Angelo odia il calcio. Nel suo archivio trovi di tutto: dalle guerre alle attrici; dal turismo agli elettrodomestici, non una foto di calcio. A dire il vero una c’è: la copertina di una Domenica del Corriere. Non so come gliel’abbiano estorta. Per qualsiasi editore lavorasse, in contratto metteva sempre una clausola: potete chiedermi tutto, non di fotografare il calcio. “Quella copertina fu un caso…” glissa quando vuoi saperne di più. E torna a quegli inizi da giovane di bottega presso Farabola. Erano servizi fotografici banali, ma che insegnavano il mestiere. “…Spesso Farabola mi dava una Rollei 6x6 e mi mandava al deposito dei tram di via Teodosio o di Porta Ticinese a fotografare i tram incidentati. Le riprese servivano per i rimborsi dell’assicurazione...”. Calcio a parte, il giovane Cozzi non si tira mai indietro. Finché arriva la grande occasione: novembre 1951, alluvione in Polesine. Ha diciassette anni e ci va in divisa da boy scout. Era veramente boy scout ma, la scelta di andarci vestito in quel modo, credo sia stata una delle sue astuzie da reporter di razza. Poteva confondersi con i soccorritori. “…Fu il mio primo, grande servizio… purtroppo non riesco più a trovare le foto… avevo anche ripreso la Merlin, con stivaloni, in mezzo metro d’acqua…”. Quello era il collegio elettorale della senatrice Lina Merlin. Passò alla storia come promotrice della legge per l’abolizione delle “case chiuse”. Eufemismo con il quale i giornali indicavano i bordelli. La legge fu promulgata pochi anni più tardi, nel 1958.

angelo cozzi fotografoNon disturbare, raccolta dei cartelli che si appendono alle maniglie delle camere d'albergo

Tutti immaginiamo il reporter che viaggia il mondo, che fotografa guerre, rivoluzioni, personaggi famosi, come un personaggio di Hemingway: estroverso, genio e sregolatezza. In tutti questi anni, da che lo conosco, non ho mai visto Angelo sopra le righe, mai alzare la voce, mai perdere una tranquillità imperturbabile. Ti fissa con quei suoi occhi azzurri e uno sguardo da timido. Ho potuto leggere alcune lettere che mandò a editori e clienti per chiudere un rapporto: finali e definitive. Lo stesso accade quando tronca un rapporto personale: finale e definitivo. Dio ci guardi dall’ira dei mansueti. “…Sono un timido; forse lo sono ancora adesso, alla mia età. Con la fotografia scopersi che potevo nascondermi dietro la macchina fotografica. Nessuno vede la mia faccia: posso arrossire, commuovermi, arrabbiarmi senza che nessuno se ne accorga…”. Da una divisa all’altra: quella da boy scout lo aiutò in Polesine. Quella da marinaio l’aiutava… quando se la toglieva. Non è un gioco di parole. In una lettera, con timbri e controtimbri, lo Stato Maggiore autorizza il sottocapo Angelo Cozzi all’espatrio per diporto. Era una missione, camuffata da vacanza, nell’Egitto degli anni Cinquanta. Doveva riprendere, da turista, le navi sovietiche. Nel medesimo periodo lo troviamo anche rannicchiato sotto il bancone del controllo passaporti di Ciampino, allora aeroporto di Roma, mentre fotografa i documenti di certi sedicenti uomini d’affari e turisti provenienti dall’Est. Eravamo in piena Guerra Fredda e la Rollei 6x6, dotata di lenti addizionali, era quanto di più tecnologicamente avanzato ci fosse, per copiare velocemente passaporti e fototessere. Saudade è il filo conduttore, nel racconto della vita di Angelo. “…Andare con la memoria ai tempi passati, ma non perduti. Un canto navajo ammonisce a ricordare tutto quello che hai visto, perché le cose dimenticate tornano a volare nel vento…”. Nostalgia, la chiamavano i Greci. Il significato è più profondo di quello, banale, che la parola possiede ai nostri tempi. Nostos, ritorno e Alghìa, dolore: il dolore del ritorno. E’ Ulisse che torna da Penelope ed è felice ma pensa con tenerezza alle avventure perdute. Di trucchi è fatta la vita del reporter, se vuole portare a casa il servizio. Ancora oggi il modo migliore di risolvere situazioni intricate è avere in tasca un bel rotolo di dollari. I mezzi che, spesso, usi per spostarti al seguito degli avvenimenti, non sono nei programmi delle agenzie di viaggio. Quelli che puoi pagare con carta di credito. “…Il giornale mi dava una Air Travel Card, una specie di bancomat col quale potevi acquistare, in tutto il mondo, un biglietto aereo delle più importanti compagnie. Però dovevi, comunque, avere una certa somma per far fronte alle emergenze. A volte portavo con me anche cinquemila dollari. Una bella somma per i tempi. Mica potevo tenerli nel portafoglio. Feci cucire, dietro le due tasche posteriori dei pantaloni, altre due piccole tasche grandi quanto un biglietto da un dollaro, piegato a metà. Li chiudeva una sottilissima chiusura lampo, che si poteva aprire solo dall’interno dei pantaloni. I dollari in banconota, qualunque sia il taglio, hanno tutti la stessa dimensione. In ciascuna tasca potevano stare fino a quaranta banconote. Se queste erano tagli da 100 dollari il conto del capitale che nascondevo è presto fatto.”. I trucchi che escono dal suo cappello da prestigiatore sono tanti. Poco dopo la rivolta d’Ungheria del 1956 andò in quel Paese facendosi passare per accompagnatore della squadra italiana di nuoto. Non ricordiamo le foto del campionato, ma quelle di un’ Ungheria povera e triste sotto il tallone della repressione sovietica. Un bel servizio, acquistato da Mondadori e pubblicato con rilievo da Epoca. Immagini che non sarebbero certo state approvate dal regime.

Elena Zennaro, la prima moglie di Cozzi

angelo cozzi fotografoFece uscire i rullini di quel servizio nascosti tra la biancheria sporca di Elena, l’atleta azzurra (due Olimpiadi Melbourne e Roma) che sarebbe diventata sua moglie da lì a pochi anni. “…Avevamo deciso di sposarci il 28 settembre del 1963 nella chiesa di Santo Stefano di Cadore dove era nata. Il 28 perché stava in mezzo alle nostre due date di nascita: 27 il suo, 29 il mio….”. Avevano pensato a tutto, gli sposi: fiori, ristorante, albergo, il pranzo e il menù ma… è la stampa, bellezza. Quel giorno Angelo stava a due chilometri di profondità in una miniera d’oro sudafricana per un servizio della rivista Grazia. Matrimonio rimandato al 12 ottobre. Questa volta l’intoppo non fu causa del giornale. Il nove sera il monte Toc frana nell’invaso del Vajont. Le strade del Cadore sono bloccate. Partito da Milano, Angelo deve fare un lungo giro su strade secondarie per raggiungere Santo Stefano. Lo attende una chiesa disadorna: tutti i fiori della zona sono per i morti di Longarone. L’albergo è chiuso perché la stagione è finita. Un sì frettoloso e subito in auto alla volta di Milano. Ci sono da fare le didascalie del servizio che, nel frattempo il grafico ha impaginato. Viaggio di nozze? Sarà per un'altra volta. “…A fare questo mestiere - confida Angelo – esci la mattina e non sai in che letto dormirai la sera. Manchi agli anniversari importanti, anteponi il lavoro alla famiglia. Sono grato ad Elena per avermi sopportato diciassette anni...”. Diciassette anni e una figlia, Anna, che incontrai bambina, accovacciata su questo sofà dove siedo adesso, ad ascoltare Angelo. Attorno, tanti libri e alle pareti una collezione di naif che gli invidio. Un posto caldo, illuminato bene. Una casa vera, con il padrone che se l’è costruita attorno, un pezzo dopo l’altro. Un buen retiro. Il reporter è, come si dice, cittadino del mondo. Con un po’ di civetteria Angelo elenca i negozi d’abbigliamento che gli sono abituali. Le mutande sono di Eminence, negozio di Parigi, sugli Champs Elisées, vicino al Lido; calze, correttamente lunghe al polpaccio, sono le Schostal, in cotone, che comperi in via Fontanella Borghese 29 a Roma; camicie, ovvio, Arrow e Bancroft, bottoncini al collo e taschino, in Madison Avenue a New York, il negozio è nello stesso palazzo dell’hotel Roosevelt; maglie in lana intimo Hanro, acquistate a Lugano. L’elenco continua e tocca anche le piccole cose. Il dopobarba è prodotto nella farmacia Santa Maria Novella in via della Scala 16, a Firenze e ha nome antico “ Contro il fuoco del rasoio”. La puntigliosità di Angelo nell’affrontare gli imprevisti del mestiere è proverbiale. C’è chi li affronta con un filosofico inshallah. Non è lui. La sua borsa di pronto soccorso fa invidia a quella di un farmacista. Offre quarantotto specialità medicinali, scelte per far fronte a qualsiasi evenienza. Molti colleghi gli debbono un grazie, per un paio di pastiglie che li hanno rimessi in sesto nei più sperduti angoli del mondo. Galeotti furono quei medicinali. “…Il ventidue agosto 1995 ero a Santiago de Cuba – racconta Angelo – per uno dei miei soliti viaggi di lavoro. Carmen Rosa Almenares Acosta era la mia interfaccia con l’esterno: conosce tutto e tutti, di Santiago e dell’Oriente di Cuba. Una simpatica signora, molto estroversa, che un giorno si precipita da me. La nipotina si era scottata con una pentola d’acqua bollente. Urgeva una pomata, che nelle farmacie di Cuba non si trovava. Forse l’avevano alla Farmacia Internazionale, quella riservata ai turisti, dove i cubani non possono entrare. Feci di meglio, guardai nella mia personale farmacia e tirai fuori un tubetto di Foille, specifico per le ustioni. In tre giorni Lennia, questo il nome della nipotina, si era rimessa, senza che una cicatrice le rovinasse il bel volto d’adolescente. Negli anni successivi tornai più volte a Santiago e sempre passavo a salutarla e ogni volta la trovavo più bella e più donna. Mi fece anche da modella, per campagne pubblicitarie di Francorosso e dello stesso ufficio del Turismo di Santiago...”. Con Lennia, Angelo ritrovava sorrisi dimenticati da tempo.

angelo cozzi fotografoLennia e Angelo il giorno del matrimonio

Il quindici luglio del 2000 ricevetti una mail, allegata una fotografia di Angelo accanto a una giovane donna vestita da sposa. Ti presento mia moglie, mi sono sposato ieri, recitava la didascalia. Impagabile. Nemmeno in quell’occasione Angelo dimenticava una regola importante del giornalismo: sempre scrivere la didascalia alle foto. “…Un matrimonio un po’ folle - ricorda - visto con gli occhi di molti. Sono passati dodici anni e sono ancora felice con Lennia, oramai cittadina italiana, che non ha dimenticato le abitudini cubane: riso la base principale dei pasti, musica accesa appena entra in casa e televisione sul canale di Cuba. Che dire? Sono felice…”. Le luci di Milano sbiadiscono oltre i vetri. Al sesto piano non giunge il rumore del traffico. Siamo sospesi in una nuvola di ricordi. Quelle luci potrebbero essere di qualsiasi luogo. Ottantotto sono i Paesi in cui Angelo si è fermato o è passato. Ottantotto le sue “Case in giro per il mondo”, come indica gli alberghi in cui è stato e ritornato. Per ognuno ha un racconto; un intrecciarsi di racconti, come abitudine di Angelo. “…a New York scendevo al Roosevelt al 45 della Madison, vicino al sottopasso che porta alla Grand Central Station. Negli anni Sessanta e Settanta, era l’albergo degli equipaggi Alitalia. Un posto strategico per fare conoscenze, stringere amicizie, con piloti e hostess, che mi sono servite spesso per trovare un volo all’ultimo momento, oppure per affidare rullini che dovevano arrivare velocemente al giornale. Se penso Parigi, l’hotel è il Bonaparte, in rue Bonaparte 61. Piccolo, economico, vicino a una delle più famose librerie specializzate in fotografia. Qui comprai le prime edizioni di Cartier-Bresson, di Clergue, di Irina Jonesco. E che dire del Grand Hotel et Des Palmes di Palermo? Un posto d’osservazione interessante: politici e mafiosi di alto livello. Portiere gentilissimo ma tombale. Avevo appuntamento nella hall con un noto politico, conosciuto da tutti, di quelli con la foto sui giornali. Scendo e chiedo di lui al portiere. Serissimo dice non averlo visto. Giro gli occhi e lui era lì, a un paio di metri. Una gran risata di tutti e uno sguardo d’intesa tra politico e portiere. Bravo picciotto, deve aver pensato. Alla disponibilità di quel portiere devo un appuntamento con la sorella del bandito Giuliano e tre libri dimenticati: Rapporto sulla Mafia; Tre bandiere per Salvatore giuliano; Zagare, arance e limoni…”. I ricordi di Angelo, sulle sue case nel mondo occuperebbero, da soli, un ponderoso volume. Accantoniamoli con la formula che userò spesso in questo fluire di ricordi: ma questa è un’altra storia. Che continuerà nella prossima striscia.

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