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I reportage di guerra

Chissà se Angelo conosce le opere di Konrad Lorenz, l’etologo. Rileggo gli appunti dei nostri incontri, e ritrovo “Il cosiddetto male”. E’ un saggio sulla violenza che, da sempre, attraversa la storia dell’umanità. “ come tanti altri all’epoca del Viet Nam– mi confidò un giorno Angelo – pensavo che la fotografia potesse impedire il ripetersi degli orrori della guerra. Di ogni guerra…”. Oggi quell’ottimismo della volontà, cambiare il mondo con le immagini, si è volto nel pessimismo della ragione, che vede la violenza far parte della natura stessa dell’uomo. “…Muna, la bambina di Amman, ha cambiato il mio punto di vista….non è una malattia che si può curare, è qualcosa che fa parte del nostro stesso essere. Qualcosa d’ineluttabile, che ci portiamo dentro dalla Creazione…a nulla riusciranno le foto, anche le più atroci…ci sarà sempre un’altra guerra…”. Per Marx l’aggressività è prodotta dalle contraddizioni di classe. Per Freud si tratta della lotta tra Eros, l’istinto della vita, e Thanatos, quello della morte. Lorenz, premio Nobel, afferma che l’aggressività è un istinto come ogni altro. Ci dobbiamo convivere. Per lui l’evoluzione della specie umana non è andata di pari passo con le condizioni esistenziali. Come, invece, è accaduto per le altre specie animali, dotate di comportamenti in grado di inibire l’originaria violenza.

la guerra libro fotografie cozziLa copertina del libro La Guerra, testi di Egisto Corradi e foto di Angelo Cozzi.

Angelo ha condensato le sue esperienze in un libro “La Guerra” e quel libro è dedicato a Muna, piccola vittima della guerra. Era il settembre del 1970. In Giordania, le organizzazioni militari dei profughi arabi della Guerra dei Sei Giorni assumevano sempre più il carattere di un contro-stato. Spesso attaccavano l’esercito regolare e la polizia. Creavano zone franche al di fuori della legalità. La monarchia hascemita rischiava di essere rovesciata e la Giordania di essere spartita tra i vicini. Il 16 settembre 1970 Hussein, in seguito ad alcuni tentativi di assassinarlo e al dirottamento in territorio giordano di tre aerei da parte del FPLP (Fronte Popolare Liberazione Palestina), impose la legge marziale. Il 17 le brigate corazzate dell’esercito giordano attaccarono le roccaforti delle organizzazioni armate palestinesi. Fu vera guerra. Durò dieci giorni, fece migliaia di morti e passò alla storia come Settembre Nero. Cozzi e la compagnia di giro degli inviati dei giornali di tutto il mondo era bloccata a Beirut. Nessun volo per Amman. “ …avevamo anche tentato di partire da Cipro, la nostra retrovia, con l’aereo di un pilota che, in altre occasioni, ci aveva portato in destinazioni calde _ ricorda Angelo- …niente da fare, troppo pericoloso. La contraerea giordana ci avrebbe certamente tirato giù, appena fossimo entrati nel suo spazio aereo. Assieme a Ricciotti Lazzero, l’inviato della Domenica del Corriere che era con me, torno a Beirut. Al solito albergo, il Saint George, dove alloggiavano i colleghi di mezzo mondo. Buoni clienti per i taxi che stazionavano in lunga fila davanti all’ingresso e che conoscevano tutti gl’indirizzi della città. Lazzero ed io ci guardiamo negli occhi, ci capiamo. Scegliamo quello che ci sembra il meno peggio, saliamo e, facendo vedere all’autista un rotolo di dollari, con l’aria più naturale del mondo, gli diamo l’indirizzo dell’Hotel Jordan….ad Amman. Quel rotolo di dollari fece il suo effetto. Trenta ore dopo eravamo ad Amman in guerra.

guerra foto angelo cozziDoppia pagina de La Domenica del Corriere, con il servizio di Angelo Cozzi sui profughi, arrivati in Giordania dopo la Guerra dei Sei Giorni.

Correvano voci di violenze terribili. All’ospedale Al-Asrafiya il reparto dei bambini era stato distrutto dalla Legione Araba di Hussein, si diceva. Mi metto in cerca di un medico italiano che conoscevo, una figura di spicco della Croce Rossa, il dott. Claudio Frascani della Croce Rossa, che sapevo essere ad Amman. Lo trovo al Muashir Hospital. Prima, però, in quei corridoi di dolore, trovo Muna. E’ una bambina, avrà quattro, cinque anni. Sta, sola, in un angolo; le bende a fasciare una gamba. Quello che rimane di una gamba. Si guarda attorno con grandi occhi spalancati. Le scatto qualche foto. Incontro il medico e mi dice di averla operata lui, il giorno prima. Un’operazione d’urgenza, sul pavimento di un corridoio, prima che morisse dissanguata. Assieme avevano anche portato la sorella. Un colpo di mitragliatrice pesante, la corsa in ospedale, la sorella che non passa la notte. Lei, la più piccola, resta sola. Muta per l’angoscia. Nessuno sa come si chiama. Da dove viene. Lei rimane muta, gli occhi persi nel suo grande dolore.”. Angelo non è di quei fotografi che guardano la sofferenza aspettando il momento giusto per scattare la foto. Angelo passa al di là del suo obiettivo ed entra nel mondo alla rovescia, quello che va come non dovrebbe andare e cerca di raddrizzarlo almeno un poco. Lui e un’infermiera cercano di rompere quel mutismo, di farsi dire da dove viene, come si chiama. La bambina guarda nel vuoto, assente. “….il corridoio era un via vai di feriti, di gente che cercava parenti –continua Angelo – improvvisamente una luce s’accende nei suoi occhi, con una vocina piccola piccola mormora: quell’uomo che è passato, abita vicino a casa mia….l’infermiera lo rincorre…tornano…sì, la conosce , si chiama Muna, abita a Wadi Haddad, un quartiere abitato dai palestinesi. C’ero stato in quel campo profughi, un agglomerato di case, spesso tirate su alla meno peggio. Stava nel basso, tra una collina e l’altra della città. Un wadi, appunto, passaggio, guado…ci torno, cerco la famiglia, trovo la madre, disperata per aver perso due figlie...a gesti le dico di seguirmi all’ospedale..”. Dell’incontro di Muna con la madre Angelo scatta cinque foto. Poi mette la macchina in borsa e nell’Amman in guerra, va a cercare un piccolo regalo. In un negozio, sforacchiato dai colpi ma ancora in piedi, trova una piccola bambola, la compera, la porta a Muna oramai a casa. Non c’è tempo per lunghe degenze in un ospedale in zona di guerra. Con grande pudore non scatta nemmeno un’immagine di Muna con la bambola.

guerra foto angelo cozziUna madre, profuga fuggita in Giordania dopo la Guerra dei Sei Giorni, allatta il figlio sotto un riparo di fortuna nei pressi del ponte di Allenby.

A quel tempo le foto non si mandavano via internet. Se eri fortunato trovavi un apparecchio per la telefoto, ma era per i quotidiani, i settimanali usavano la pellicola originale. Si mandavano i rullini in redazione con metodi di fortuna. Per lo più si affidavano all’equipaggio di un aereo. Angelo riemerge dalle sparatorie di Amman con un vecchio DC4 aereo della Croce Rossa che porta feriti a Beirut.  Da lì sarà un altro aereo a portare i rullini in redazione. Su un foglio di carta che li accompagna Angelo scrive a Zucconi,  direttore della Domenica del Corriere: per questa storia riservami la copertina, una bambina chiama da Amman…”. Il servizio esce con quel titolo. Grazie a quel servizio Muna è portata in Italia per le cure necessarie e per un arto artificiale. E’ passato quasi mezzo secolo, sul trono hascemita regna Abdallah, figlio di Hussein. Ad Amman sbarcano i turisti degli inclusive tour. Su quelle vecchie storie è calato il silenzio. Muna è, forse, quella signora di mezz’età che, un po’ claudicante, s’allontana lungo uno dei nuovi viali della città. Storie, altre storie. Angelo perso nel labirinto dei ricordi.

guerra foto angelo cozziDopo la Guerra dei Sei Giorni Israele occupò il deserto egiziano fino al Canale di Suez. La conseguenza fu che, per anni, l’importante via d’acqua fu chiusa al passaggio di tutte le navi. Sul costo di tutte le merci, che prima erano trasportate attraverso il Canale, gravarono le maggiori spese causate dalla circumnavigazione dell’Africa.

In Cuore di Tenebra, Marlow rimane stregato dalla voce di Kurtz. Angelo dagli sguardi dei bambini che ha fotografato e, forse più, di quelli che non si è sentito di fotografare. A epigrafe del suo libro La Guerra, leggiamo: “ Forse porto un piccolissimo granellino contro la follia della guerra, ma mi sento anche impotente di fronte a una cosa più grande di me”. Di cose più grandi ne vede, uno che fa il mestiere di Angelo. I ricordi si affollano e lo sguardo di Muna si confonde con quello dei bambini vietnamiti e con quello dei piccoli profughi, fuggiti dalle guerre medio-orientali e con tanti altri sguardi che hanno incrociato il suo. Storie, altre storie. A volte le guerre non si consumano tra il fragore delle granate. Annunciate dallo sferragliare dei carri armati proseguono in una sorda e burocratica repressione. Nell’agosto del ’68 l’Armata Rossa soffocò quella che venne battezzata Primavera di Praga. Una seconda, soffocante cortina di ferro si aggiunse a quella già esistente. Era già buio, quel pomeriggio del 16 gennaio del ’69 in piazza San Venceslao. Un giovane salì i gradini del Museo Nazionale con tutta la sua disperazione addosso. Si diede fuoco. Morì dopo tre giorni di lucida agonia. Il suo nome era Jan Palach, studente di filosofia all’università di Praga. Angelo fotografò i funerali. Le cronache raccontano che oltre seicentomila persone vi parteciparono.  Era un giorno grigio nel cielo e triste negli animi, ma il cortile dell’Università, trasformato in camera ardente, sfavillava di fiori colorati. “…non so dove, in quell’inverno disperato, avessero trovato tutti quei fiori – ricorda Angelo – montagne di fiori…”.

guerra foto angelo cozziLa camera ardente di Jan Palach nel cortile dell’università di Praga

I fiori non raccontano solamente storie a lieto fine. Anche una giornata di sole può essere terribile. Il sole non è quello dei depliant turistici, quando sfavilla impietoso sulle tende di un campo profughi. Anche questa è una storia di guerra. “…ho passato un paio di giorni in un campo profughi giordano, dopo la Guerra dei Sei Giorni…-ricorda Angelo- e ogni mattino, quel bel sole che s’alzava colorato dal deserto era l’incubo infuocato di tutta la giornata…”. L’incudine di Dio, chiamava Lawrence d’Arabia questi deserti dove il sole picchia inesorabile. All’epoca della Prima Guerra Mondiale organizzò la guerriglia araba contro l’Impero Ottomano. Storie, altre storie che s’intrecciano con quelle di oggi.

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